Ignorare le infiltrazioni mafiose in Alto Adige non farà che rafforzare il business della criminalità organizzata. L’intervista al professore universitario Michele Mosca

Ritratto di Elisa Brunelli

“Eppur si muove”

 

Ignorare le infiltrazioni mafiose in Alto Adige non farà che rafforzare il business della criminalità organizzata. L’intervista al professore universitario Michele Mosca.
salto.bz: Professor Mosca, dopo due anni di pandemia come possiamo definire lo stato di salute della criminalità organizzata?

Michele Mosca: Allo stato attuale, la criminalità organizzata rappresenta, senza ombra di dubbio, l’impresa che non ha risentito nè risente tuttora di alcun rallentamento dovuto alle crisi che si sono susseguite in questi ultimi anni. In particolare, la crisi sanitaria e la successiva crisi economica non solo non hanno interferito sugli affari della criminalità organizzata ma li hanno addirittura rafforzati.

Come è stato possibile?

Con la pandemia ci si è trovati di fronte a business economici diversi dal passato. Per questo motivo la criminalità organizzata ha dovuto da una parte adottare strategie nuove di infiltrazione, sfruttando in primis la sua capacità di intercettare collaborazioni tra i cosiddetti colletti bianchi. Il coinvolgimento di altri attori di altro profilo dal punto di vista delle competenze ha inoltre reso più difficile individuare tali azioni criminali. Già le prime operazioni portate avanti dalla Polizia giudiziaria e dalla Magistratura hanno reso noto in maniera inequivocabile i tentativi di impossessarsi delle risorse stanziate dal Governo durante l’emergenza sanitaria, reinventandosi e subentrando a quei mercati che invece sono stati particolarmente colpiti dalla crisi.

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Michele Mosca: ” La criminalità organizzata rappresenta l’impresa che non ha risentito nè risente tuttora di alcun rallentamento dovuto alle crisi che si sono susseguite in questi ultimi anni”.

 

Come si spiega il fatto che tutto sia avvenuto in tempi così rapidi?

Molto semplicemente perché le organizzazioni criminali non devono seguire procedure burocratiche. L’organizzazione di cui essi si dotano, spesso verticistica e dotata di competenze basate su altissime professionalità. Per questo sono strutture molto flessibili e dinamiche, in grado di adattarsi rapidamente alle esigenze del mercato rendendole, almeno nel breve periodo, più forti e resilienti anche alle diverse azioni di contrasto al crimine organizzato. La criminalità organizzata è un fenomeno tutto sommato recente, di circa 200 anni. I primi clan erano nati in principio per gestire i rapporti delle campagne. Questo almeno nell’esperienza italiana e, più in particolare, di Cosa Nostra in Sicilia, della Camorra campana e della ‘Ndrangheta calabrese. La storia ci dice che tali organizzazioni si sono evolute da un contesto rurale a un contesto industriale proprio per rispondere alle esigenze di una società che cambia. Oggi abbiamo terze e quarte generazioni di mafiosi che hanno avuto la possibilità in questi anni di formarsi in prestigiose università italiane ed europee, dotando le organizzazioni di competenze innovative sommate alle ingenti risorse finanziarie ed economiche. Elementi che hanno permesso di superare persino le tecniche investigative di magistrati e forze di polizia.

La criminalità organizzata negli anni ha avuto un’evoluzione particolare, passando da azioni legali, come rapimenti con riscatto, narcotraffico e tratta di esseri umani, all’interesse alla cosa pubblica, specializzandosi in particolar modo nel settore dei grandi appalti. Come è avvenuto questo passaggio?

La storia del clan dei Casalesi, una struttura ibrida tra Camorra e Cosa nostra, è probabilmente l’esempio più calzante che consente di capire la metamorfosi avvenuta all’interno delle organizzazioni di stampo mafioso. Un’organizzazione criminale che è stata in grado di sviluppare una forma di penetrazione all’interno del tessuto economico e sociale dello Stato molto innovativa, utilizzando il massiccio afflusso di risorse economiche che furono destinate al Mezzogiorno, in particolare alla Campania, per la ricostruzione del territorio in seguito al sisma del 23 novembre 1980. Grazie alla collaborazione con attori politici e amministratori pubblici si è creato un meccanismo di commistione che ha dato la possibilità e la capacità di aggredire quelle risorse pubbliche, rafforzano in maniera esponenziale il clan dei Casalesi che non era visto dai cittadini del territorio come una struttura atta a creare terrore e distruzione, bensì un’organizzazione imprenditoriale che forniva opportunità di lavoro, proponendosi come un soggetto imprenditoriale in grado di essere presente in tantissimi settori produttivi.

Questa operazione ha illuso il territorio perché ha mostrato che un modello di sviluppo basato sul ciclo del cemento, sulla cementificazione selvaggia, potesse essere più produttivo di uno basato sulla valorizzazione del territorio e di stampo rurale

E creare una dipendenza fatale.

Una dipendenza fortissima. Questa operazione ha illuso il territorio perché ha mostrato che un modello di sviluppo basato sul ciclo del cemento, sulla cementificazione selvaggia, potesse essere più produttivo di uno basato sulla valorizzazione del territorio e di stampo rurale. In breve tempo si è assistito a una trasformazione dal rurale all’urbano molto violenta che ha visto tanti contadini spogliarsi del proprio terreno diventato appetibile alle operazioni speculative nel campo edilizio e in altri casi addirittura utilizzato per lo sversamento di rifiuti di ogni genere da parte delle organizzazioni criminali. Un modello di sviluppo perverso che ha promesso un arricchimento facile per la gente del posto.
Il clan dei Casalesi nel corso del tempo ha assunto una falsa veste di organizzazione imprenditoriale sviluppando nuovi business rappresentando un modello da imitare da parte di altre organizzazioni criminali. Non è un caso, infatti, che oggigiorno le organizzazioni criminali sono sempre più scaltre nel mettere le mani su risorse pubbliche con operazioni di imprenditorialità pura negli ambiti delle attività legali, sempre e comunque attraverso corruzione e costruzione ad hoc di finte gare d’appalto dal valore di milioni se non miliardi di euro, come sta accadendo per esempio nell’ambito dell’Alta Velocità. In una fase come questa è necessario porre la massima attenzione su quanto si sta preparando nel nostro Paese.

A cosa si riferisce in particolare?

Alla pioggia di finanziamenti stanziati dal PNRR: è nell’interesse di tutti quanti utilizzare le massime forme di trasparenza e impedire l’ingresso a queste organizzazioni attraverso i loro vari prestanome, dal momento che la maggior parte delle risorse verranno destinate al cemento, alle infrastrutture e ai trasporti.

Sia prima che durante la pandemia è chiaro come la criminalità organizzata sia riuscita a inserirsi anche all’interno della Sanità. Come agisce in questo caso e quanto influisce la privatizzazione del settore?

Visti gli ingenti flussi di risorse economiche è chiaro che anche il settore sanitario diventa un’occasione appetibile per la criminalità. In periodo di pandemia il tutto si è amplificato perché in una situazione di crisi c’era la necessità in tempi molto ridotti di acquistare medicinali, dispositivi di protezione, così come realizzare nuovi posti letto. E le organizzazioni criminali grazie alle loro risorse e alla fitta rete di contatti su cui possono contare sono riuscite a reagire immediatamente. Ci sono state le prime operazioni giudiziarie, ora aspettiamo di vedere i risultati delle operazioni giudiziarie, sperando nelle prime sentenze.

Le organizzazioni criminali sono un fenomeno trasversale che non può essere ricondotto né al solo Sud né allo Stato Italiano

Quando si parla di criminalità organizzata si fa riferimento soprattutto alle cosche storiche nate nel Mezzogiorno. Tuttavia negli ultimi anni hanno fatto ingresso una serie di nuovi attori. Come si caratterizzano e in quale modo si rapportano rispetto alle organizzazioni più conosciute e radicate?

La loro possibilità di inserirsi dipende dal mercato e dal territorio. In alcuni, le organizzazioni storiche più radicate possono utilizzare come manodopera altri nuovi gruppi organizzati, come la mafia cinese, albanese o nigeriana. La collaborazione delle cosche locali con gruppi stranieri è stata particolarmente intensa a cavallo tra gli anni novanta e duemila, potendo contare su una ricca fonte di manodopera illegale che via via nel corso del tempo poteva emanciparsi, diventando a sua volta un competitor del gruppo principale in guerra per la spartizione per esempio delle piazze di spaccio. Questo, tuttavia, dipende anche dal mercato: ci sono territori non “occupati” dalle organizzazioni storiche che diventano di interesse per altre che cercano così di occuparlo il prima possibile. Il nostro territorio ne è un esempio, vista anche la posizione strategica e il redditizio mercato dello spaccio di sostanze stupefacenti e lo sfruttamento della prostituzione. Per questo è bene tenere a mente una cosa fondamentale.

Ovvero?

Le organizzazioni criminali sono un fenomeno trasversale che non può essere ricondotto né al solo Sud né allo Stato Italiano. Il fatto che la ‘Ndrangheta sia presente e operi in tutti i continenti deve farci capire quanto è esteso il fenomeno. Oggi l’Europa deve prendere consapevolezza che si tratta di un problema generale e sistemico ma la tendenza è sempre quella di esternalizzare il problema, attribuendolo sempre ad altri. Per questo io non parlo mai di mafia, ma di criminalità organizzata perché è solo cambiando il proprio punto di vista sul fenomeno che ti permette poi di contrastarlo. E in questo la repressione non basta.

Più sarà basso il livello di attenzione e di interesse della popolazione locale più facile sarà per le organizzazioni criminali estendere i propri tentacoli in qualsiasi settore

Lei ci ricorda che ovunque circoli denaro troviamo la criminalità organizzata pronta a catapultarsi. Qual è dunque la situazione locale?

Il tema è quello della ricchezza e di conseguenza anche il Trentino Alto Adige ha a che fare con questo fenomeno. Ci dimentichiamo che tra agli anni ’70 e ’80 ha operato a pochi passi da Bolzano, e più precisamente nel Bellunese, la Mala del Brenta che si è necessariamente servita anche del nostro territorio. In Trentino abbiamo avuto recentemente la prima condanna per mafia nell’ambito dell’inchiesta sulle cave del porfido, dove nel piccolo comune di Lona Lases è sorta una vera e propria locale ‘ndranghetista. Ed è inoltre un dato di fatto, come si legge nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia, che l’Alto Adige è stato ed è tuttora un territorio interessato dalla ‘Ndrangheta, con alcune famiglie residenti sul territorio, che hanno servito l’organizzazione di cui facevano parte offrendo tutta una serie di servizi, come l’accoglienza delle persone latitanti. Sono state confiscate quote societarie di aziende attive in loco e non va inoltre dimenticato che attraverso il Brennero ha luogo il crocevia più importante dei traffici illeciti internazionali.

Come si caratterizza l’azione criminosa rispetto ad altri luoghi?

Quello che cambia è la strategia di penetrazione. Le organizzazioni sono in grado di adattarsi agli usi e ai costumi del territorio che occupano, approfittando del basso livello di consapevolezza di una comunità. Nella nostra, già spaccata dal punto di vista etnico-linguistico, la percezione del problema è pressoché assente, perché anche in questo caso si esternalizza, ritenendolo un fenomeno distante, o che al massimo riguardi solo i madrelingua italiani. Un segnale negativo è stato anche quello della scarsa partecipazione delle associazioni di categoria e delle organizzazioni sociali a un convegno organizzato a Bolzano sulla criminalità organizzata e le infiltrazioni di stampo mafioso. Un fatto preoccupante dal momento che le organizzazioni mafiose possono palesarsi soprattutto attraverso collaborazioni opache con altre imprese e organizzazioni. Più sarà basso il livello di attenzione e di interesse della popolazione locale più facile sarà per le organizzazioni criminali estendere i propri tentacoli in qualsiasi settore. Per tale ragione vanno promosse attività di sensibilizzazione su queste tematiche avviando anche percorsi formativi specifici nelle scuole.

fonte: www.salto.bz